mercoledì 25 luglio 2007

Ma mannaggia Coso...

Per decidere una cazzo di ora per il ritorno [di sabato sera... Sei in vacanza, cojone. Ogni ora va bene!] devi fare 15 telefonate bloccando la fila. E quando la tipa allo sportello te lo fa delicatamente notare sai solo dirle sottovoce mettendo una mano sul telefono "un secondo" con aria seccata [un secondo un cazzo. Lo hai detto 5 volte per un totale di 7 minuti, testadicazzo...]

Ma allora, perchè cazzo ti stranisci quando ti stacco dal desk a forza e ti piazzo una craniata su quella cazzo di montatura da centinaia di €uri che usi per nascondere quella faccia da cazzo che c'hai???

Dovresti, invece, renderti conto di quanto sei stato scortese, cafone e umano, chiedere scusa al mondo intero e risarcire il disturbo degli astanti permettendo loro di infierire sulle tue carni. E possibilmente suicidarti in settimana.

E nel frattempo ringrazia quell'inetto del tuo dio per averti fatto incontrare me, che giro disarmato, va...

sabato 21 luglio 2007

Cena fuori

Al ristorante. Un cameriere sparge piatti, bicchieri e posate sul  tavolo e dice "Se volete potete ordinare"

venerdì 4 maggio 2007

Non vi capisco

Stamattina. Ore 8.30-8.45. fermata Termini della MetroB direzione Rebibbia. La folla si accalca in banchina in attesa di un treno che non ne vuole sapere di arrivare manco fosse una canzone dei Madness.
Dopo i quindici minuti di cui sopra la voce annuncia in arrivo il treno ambito e a seguire a rota il prossimo.
Il primo treno arriva, apre le porte, vomita sulla banchina un qualche migliaio di passeggeri e inizia a imbarcare gente. Dopo un paio di minuti sta ancora imbarcando. La voce al megafono inizia a dire che se non smettono di salire su questo treno esso non può partire e fare spazio a quello che deve prendere il suo posto.
Ma le pecore paiono non sentire e continuano ad accalcarsi fino a riempire ogni spazio libero. Finito lo spazio non si fermano, ma iniziano a spingere e a belare infastidite del tempo che stanno perdendo mentre iniziano ad apparire timidi addetti di stazione che fanno cortesemente presente che "se ve levate de mezzo dietro ce sta un antro treno voto che deve arrivare". Le pecore guardano con fastidio i cani pastori, imprecano a mezza bocca e continuano a pressare.
Alla fine il conducente, dopo averli un po' schiacciati con le porte, fa un paio di metri per farne sgrappolare un po' e riesce a partire lasciando spazio al treno successivo che arriva semivuoto e parte vuoto.
Ora, capisco che il vostro capo spirituale lo chiamate Pastore, ma avete proprio bisogno di comportarvi da pecore?
Quand'è che conquisterete la posizione eretta?

[p.s. Comunque devo dire che anche ad odore la somiglianza è impressionante, complimenti...]

mercoledì 28 giugno 2006

Making movies on location


Erano i tempi in cui andavi in giro sempre e comunque in jeans, magliette stampate e anfibi o quelle che al tempo si chiamavano scarpe da ginnastica [oggi qualcosa tipo sneakers].
Erano i tempi in cui ti battevi tutta Roma a piedi a botte di kilometri alla volta. E avevi sempre nella tasca posteriore destra dei jeans il tuo fido walkman che ti sparava a tutto volume nelle orecchie quella musica che ti avrebbe fatto col tempo diventare seriamente audioleso.
E ne ascoltavi di robba: BruceSpringsteen, Clash, IronMaiden, Cure, i fottuti GunsN'Roses, Queen, Skiantos, JesusAndMaryChain e tutta quella musica distorta degli anni '80.
E poi c'era un gruppo che riusciva sempre e comunque a metterti di buon umore, anche quando cantava le sue canzoni più tristi e cupe. Un gruppo che aveva il suono degli anni '80 [infatti poi è inesorabilmente scomparso]. Un gruppo la cui musica suonava come quella che si deve sentire durante i picnic in paradiso. E il cui frontman andava in giro con una specie di aureola.


Stamattina li ho riascoltati mentre venivo a studio e, anche se invece che a piedi sfrecciavo sulla tangenziale in scooter e al posto della maglietta avevo una camicia di lino, mi sono risentito il pischello con il cuore affogato di gioia che cantava a squarciagola Tunnel of Love e Skateaway. Solo che certe cose è preferibile farle a piedi...

mercoledì 8 marzo 2006

Voglia di

Un tramonto estivo a Capocotta bevendo Campari e ascoltando lo sciabordio delle onde che fanno da base al reggae che esce dal chiosco del OneLove.

mercoledì 5 ottobre 2005

Testamento biologico

dice corriere.it che secondo il comitato di bioetica uno che si trovi in coma debba continuare a essere alimentato  e idratato anche contro la sua volontà.
E, secondo alcuni, il caso del signore che è uscito dal coma dopo un paio d'anni sosterrebbe questa tesi.
Io, rifacendomi a un altro signore, dico che se dopo tre giorni non mi sono risvegliato spegnete tutto e annamo a casa.
Tanto, se certe cose non si fanno entro il terzo giorno, perdono tutto l'effetto...

mercoledì 28 settembre 2005

So you are Puuunk!!!

Sono un tot di giorni che continuano a girarmi in testa canzoni dei Clash, Rancid, Ramones, e altri del genere.
E allora torna la  voglia di anfibi, jeans bianchi aderenti ricoperti di scritte di pennarello nero e code appese al passante posteriore , di magliette stampate con le maniche tagliate e felpe col collo e il bordo inferiore strappati. Di Wayfarer Ray-ban e giacchetti di jeans neri riempiti di pins e toppe.
Poi, visto che vestito così marcherebbe un po' strano tornare dalla pausa pranzo e riprendere il proprio posto di segretario in uno studio legale, ci starebbe tutto un pomeriggio indolente a ciondolare con una bottiglia di birra tenuta per il collo dalle parti del Quarticciolo o del Pigneto. Magari con del Reggae o della New Wave che esce distorta a palla da qualche finestra.
Ecco, questo mi ci vorrebbe ora.

venerdì 23 settembre 2005

un cappuccino freddo

Le esequie di PadrePio

mercoledì 1 giugno 2005

le cose fatele con Karma

Comunque io credo che quello che fai e che dai nella vita ti torni in dietro. Nel bene e nel male.
Quindi volevo dire a quell'omino educato a bordo della sua sobria CLK ovviamente argento targara AA 16* AA che stamattina su via maresciallo Pilsudski incrocio via Guidobaldo del monte mi ha buttato un mozzicone di sigaretta acceso sul parabrezza, che nella vita terrena perderà presto la vista.
E, essendo lui sicuramente un fervente cattolico , dopo la morte lo aspettano le fiamme dell'inferno. E un tizzone rovente nell'occhio destro. per sempre.
E uno nel culo, va', che non ci sta mai male.

sabato 13 febbraio 1999

Di ciò che successe all'uomo di successo che ordinò un espresso alla stazione ferroviaria


Un attore famoso un poco depresso
Era al bar ferroviario aspettando un espresso
Tra il banco e il binario sostava perplesso
In un limbo sintattico vedeva se stesso

Fin quando annunciaron finite le attese
Per prender la tazza la mano distese
Ma aveva frainteso e un treno lo stese
‘’è questo successo?’’ la folla si chiese

E il barista: ‘’è successo sì . E succede più spesso di quanto non crediate’’

martedì 1 aprile 1997

Fabio in Primavera

Non lo avrebbe mai creduto e invece è successo.
Lei si è avvicinata e gli ha detto:
     “Ho voglia di un gelato, ma non mi va di mangiare da sola, te ne offro uno”
Lì per lì non ha capito, poi, con l’aria più disinteressata possibile, ha detto:
     “Se per te è uguale offrimi una birra o una sigaretta, ultimamente non amo i gelati”
Lei, guardando altrove ha scandito:
     “Allora una birra, col gelato sta decisamente meglio”
E così eccolo qui mentre la  accompagna nel bar ancora incerto se ha capito il senso della sua ultima frase ma a questo punto deciso ad andare avanti se non altro per curiosità.
Ordina una chiara alla spina, poi si poggia con la schiena al bancone e da’ un’occhiata in giro per vedere chi c’è nel bar. Quando si gira verso di lei si accorge che lo sta fissando mentre mangia il proprio Cucciolone a morsi lenti. Senza staccargli gli occhi di dosso dice:
     “Comunque io sono Cristina.” E gli porge la mano con le dita dritte e il pollice in linea con l’indice, cosa che a lui ha sempre dato fastidio. E poi che vuol dire iniziare il  discorso con comunque?
     “Lo so,- risponde ignorando la mano - abito anch’io in questo paese, sei la sorella di Gianni.” Poi, dopo aver cercato un sostituto a  comunque e non averlo trovato, “Comunque, nel caso ce ne fosse bisogno, io sono Fabio, Fabio Coleridge.”
     “Non ce n’è bisogno. - Ribatte lei leccandosi le dita dal gelato allo zabaione dopo aver elegantemente gettato la carta nel cestino. - Piuttosto, com’è che quando non ti viene a trovare quel tuo amico da Roma non ti si vede in giro?”
     Fabio è tentato di rispondere qualcosa di terribilmente spaventoso e insieme terribilmente inventato, ma poi pensa che non sarebbe giusto abusare in questo modo di un’anima semplice che probabilmente non capirebbe nemmeno il gioco. E poi oggi gli va di parlare e in fondo la tipa non è niente male.
     Quindi, dirigendosi verso la staccionata davanti al bar e assicurandosi che lei lo stia seguendo dopo aver ordinato una Diet-Coke in lattina, le dice:
     “Il fatto è che sono abbastanza timido e poi da solo non sto male. Quindi spesso non mi va proprio di farmi avanti con gli altri, anche perché magari poi va a finire che ti sforzi di conoscere delle persone che alla  fine si rivelano delle teste di cazzo paurose e quindi chi te lo fa fare?” Poi, senza darle il tempo di rispondere qualche ovvietà alla sua domanda retorica, aggiunge “A proposito, sai che sei la prima persona che conosco che riesce a trasformare il bere con la cannuccia in qualcosa di altamente erotico?”
     Lei lo fissa ammutolita, come previsto, poi arrossisce un po’ e per la prima volta distoglie lo sguardo da lui. Fissa il panorama lontano alla propria destra e, ripreso il controllo del cromatismo delle guance, gli propone di fare un passeggiata.
     A Fabio, improvvisamente, viene in mente che se lo baciasse ora mischierebbe il sapore della birra che lui sta ancora sorseggiando a quello della coca e non del gelato. Poi, pensando che forse in finale non è poi così importante, accetta di passeggiare con lei dopo aver finito la birra e restituito il boccale.

     È un po’ che stanno passeggiando, lei ha smesso di fissarlo e sembra invece interessata a essere vista con lui, come se lo facesse per scommessa. O forse lui è più popolare di quanto credesse. Comunque Fabio, al quale non piace troppo essere al centro dell’attenzione, ha dirottata la passeggiata verso luoghi più isolati e ora stanno percorrendo un sentiero costeggiato da una parte da rovi e dall’altra da glicini.
     La conversazione, dopo un primo periodo di ovvietà dette da lei e risposte minime di pura cortesia  sillabate da lui, si è ora arenata e così i due camminano in silenzio, cosa che, per quanto riguarda Fabio, non è affatto un problema. Si gode il profumo dei glicini e il caldo di una primavera scoppiata tutta insieme dopo essersi fatta a lungo attendere.
     Arrivano a un bivio che da una parte conduce in paese e dall’altra si addentra nei boschi. Quando già Fabio si sta chiedendo se torneranno alla civiltà o meno, lei si ferma, lo fissa per quindici eterni secondi mentre è percorsa da brevi tremiti lungo tutto il corpo, e infine mischia la Diet-Coke con la birra.

     Fabio sinceramente resta un po’ sorpreso. Ovviamente sapeva che sarebbe successo. Quello che non si aspettava è l’intensità, quasi la foga, che lei ci mette. Non è che gli dispiaccia, anzi comincia a prenderci gusto, solo che lei lo sta baciando come se stesse bevendo da una borraccia nel deserto, come se non baciasse da cinque anni..
     Caso strano, le prime parole che lei dice quando, dopo cinque minuti si stacca, sono “Aspettavo questo bacio da cinque anni.”
     “Questo vuol dire che non baci da cinque anni?” A occhio e croce doveva averne più o meno quindici.
     “No, vuol dire che sono cinque anni che aspetto di baciare te, e col tempo ho iniziato ad aspettare anche altre cose.”
     Hei, la ragazza si fa audace, chissà se abbiamo tutti ben chiaro a cosa si stia realmente riferendo.
     “Con calma - fa Fabio, mentre, tenendola dalle spalle la fissa negli occhi - rispettiamo l’ordine temporale. Quanto tempo è passato dal desiderio del bacio al successivo?”
     “Non lo so. In ogni caso, qualunque sia stato non ho intenzione di aspettare tanto.”
     Non c’è che dire, le parole si fanno audaci sulla sua bocca. Lo sguardo, invece, è rimasto lo stesso di quindici secondi prima del bacio. E bisogna dire che questo provoca su di lui uno strano effetto. Sicuramente lo intriga, ma al tempo stesso lo trova quasi disarmante, come fosse un ragazza che vuole per forza portarsi a letto il proprio mito incontrato per strada e non sa nemmeno bene come fare.
     Alla fine decide di lasciarsi del tempo e, accarezzandole il viso, le chiede di raccontargli di cinque anni fa.
     “Tu venivi per le vacanze - attacca lei riprendendo a camminare e fissando la strada davanti a loro - e passavi le sere a parlare con mio fratello sotto casa. Io ogni tanto vi venivo ad ascoltare quando gli altri andavano in discoteca e mio padre non mi lasciava seguirli. Tu sicuramente non ti ricordi, non mi avrai nemmeno notata.”
     “Mi ricordo, invece. Passavi il tuo tempo giocando con un gattino grigio o annodando braccialetti  e già allora eri terribilmente carina.”
     Lei arrossisce per la seconda volta, e per la seconda volta Fabio l’ha fatto apposta, tanto da chiedersi che intenzioni abbia in realtà. Ma sarà il tempo a decidere.
     “A proposito, com’è che sei scappato da Roma e ti sei trasferito qui?”
     Ha cambiato discorso per non soccombere d’imbarazzo o per finta modestia? E poi, a proposito di che?
     “Non è che sia proprio scappato. Io amo Roma. È che io e Marco avevamo bisogno di prendere un po’ di ossigeno ogni tanto e visto che c’era casa mia libera.... io sto qui più spesso di lui, tutto qui.”
     “Marco è il tuo amico, vero? -Bada che cima!!!! - che tipo è? Come vi siete conosciuti?”
     E no!!!! Siamo scaduti nel banale più assoluto ! che tipo è il tuo amico... cos’è , vuoi farti pure lui? Vuoi fare ingelosire Fabbio? Non sapevi più cosa dire? E la cosa più allucinante è che lui le risponde pure!! Mi sa che il tempo ha già deciso. Ha deciso di dare a Fabbio Cristina e di prendergli in cambio il cervello. Tutto ciò è toppo pietoso, vi risparmio.
     E poi, tra l’altro non ho nessuna intenzione di farvi sapere come si conobbero i Male e il Bene (il Coleridge, scusate). Oltre al fatto che, per ora, io stesso nonnesonnulla.

giovedì 4 luglio 1996

Pioggia D'Agosto

Tranquillo, rilassato, per la precisione svaccato.
     Su un’amaca di canapa intrecciata a maglie larghe  sotto una pergola di glicine in fiore, Fabio Coleridge ascolta il mondo trattenere il respiro in un rovente postprandio estivo. Il cielo azzurrissimo, quasi trasparente, filtra tra il verde e il viola che lo sovrasta. i jeans scoloriti e lisi all’estremo stringono le sue cosce regalandogli una piacevole sensazione di pace. la maglietta grigia con una scritta in viola acceso che invita a limitare gli sforzi gli preserva la schiena dal fastidioso prurito della canapa a contatto con la pelle . Una leggera brezza gli accarezza i corti capelli e diffonde nell’aria il profumo del glicine.
     Improvviso, netto, gli giunge il suono di un motore che si avvicina. Chiude gli occhi e aspetta. Il motore tace. Una portiera si apre e si richiude. Un paio di stivali si avvicinano lungo il vialetto di ghiaia per tacere sull’erba che circonda il gazebo. Un mazzo di chiavi tintinna nell’aria e va a fermarsi sul suo petto.
     Fabio socchiude gli occhi controvoglia e vede, perfettamente centrati nel suo campo visivo, un paio di jeans chiari, una maglietta nera con una stampa seminascosta da una camicia rossa aperta, un paio di stivali color noce con punta quadrata e anelli laterali, un paio di occhiali con lenti quadrate nere e un folta cascata di ricci scuri che si infrangono sulla camicia. Senza cambiare espressione, quasi stesse ancora dormendo, scandisce:           
“Quando ti stai godendo il tuo momento di pace assoluta, allora e solo allora, puoi stare certo che giungerà una testa di cazzo professionista a ricordarti di quanto sia nocivo il genere umano.”
     Pacato, quasi rivolto a se stesso, il nuovo venuto ribatte:
     “Brutta bestia la demenza senile. Se poi colpisce un soggetto appena uscito dalla pischellanza è micidiale.”
     Fabio incassa il colpo, si stira e, mentre si alza dall’amaca , fa:
     “Vai a preparare il caffè e offrimi una sigaretta.”
     Poi, mentre il tipo scompare verso la cucina, va ad immergere la testa sotto il rubinetto dell’acqua fredda dietro il gazebo e si accende la sigaretta dirigendosi verso la propria macchina. Cerca tra la cassette sfuse sul pianale quella degli Assalti Frontali e si porta anche lui in cucina dove l’altro sta versando il caffè.
     “Tazza, tazzina o tazzetta?”
     “Tazza, piena.”
     “Zucchero?”
     “Sei.”
     “Vecchio, vecchio e diabetico.”
     Fabio mette la cassetta nello stereo, lo accende e fa:
     “Te, chi ti ha messo quel nome, visto il cognome che ti ritrovi, o t’ha letto il futuro, o ti ha scritto il destino. Marco Male ti si addice proprio, caro il mio rompicojoni.”
     “Visto che marco male”, ribatte il tipo, ”Ridammi la sigaretta che t’ho data prima, che era pure l’ultima.”
     Fabio prende un pacchetto di sigarette dal tavolo, ne estrae una e lancia il resto a Marco  che, mentre accende, propone:
     “Facciamo un giro?”
     Fabio, che sta sorseggiando il suo caffè mentre, poggiato al tavolo, fissa fuori dalla finestra, concorda:
     “In una giornata come questa o si va a correre in macchina o ci si spalma sotto il glicine a sfarsi di canne. Io opto per la corsa.”
     “Non abbiamo una Corsa. Io opto per la mia BMW cabrio.”
     “Niente strade bianche?”
     “Asfalto. Autostrade, tornanti, circuito, ma asfalto.”
     “Val d’Orcia e Senese?”
     “I mostri di Bomarzo?”
     “Testa o croce ai bivi e bona l’è?”
     “Aggiudicato. Vatti a rifare che io sciacquo le tazze e rollo canna:”
     Fabio scompare dopo aver portato al massimo il volume dello stereo e aver cantato con lui:
     “Il messaggio spinto è noto/  pulito, una foto/ un ricordo/ l’orologio di Bologna 2  Agosto/ fermo alle 10:25/ e la scritta/ “come ripulisce le stazioni un fascista”.”
     Marco, rimasto solo in cucina, lava le tazze e si porta in macchina ad apparecchiare la canna. Finita l’operazione, sgombra il sedile del passeggero, accende lo stereo e attende ad occhi chiusi l’arrivo del compagno mentre Bob Marley racconta di tre uccellini che gli hanno fatto visita ‘stamattina e del massaggio che gli hanno portato.
     La voce di Fabio lo desta dai suoi pensieri.
     “Com’è che ascolti Bob Marley?”
     “Bob Marley & Wailers: BMW, la musica adatta per questa macchina.”
     “Solo che il contesto è un po’ diverso.”
     “Solo che lui diceva che era scritto che avesse una BMW per lo stesso motivo:”
     Fabio fa una smorfia di compassione e entra in macchina senza aprire lo sportello, poggia il ginocchio sul cruscotto ed emette un lungo mormorio di piacere. Marco gli passa la canna.
     “Accendi.”
     “Chi l’arriccia l’appiccia.”
     Marco accende la canna e la macchina, nell’ordine, e si avvia con molta calma lungo il sentiero che dalla casa porta all’asfalto. Giunto al bivio si ferma, passa la canna a Fabio e chiede se testa sia destra o sinistra.
     “Non importa, ho deciso che si va in toscana. Tu pensa a guidare che il navigatore lo faccio io. Per ora punta su Chianciano fegato sano.”
     “E membro moscio in mano.”
     Dopo un periodo di silenzio, rotto solo dal ritmo cullante dello stereo, Fabio ripassa la canna a Marco.
     “Tiro del leone.”
     “Poca canna e tanto cartone. Tiettelo e prendi ‘na bbira dalla ghiacciaia.”
     Fabio si gira sul sedile, prende due lattine dalla ghiacciaia sul sedile di dietro e, mentre sorseggia la sua, commenta.
     “Come Fandango, stiamo andando in Messico a disseppellire Dom?”
     “Dom non era in Messico, era prima del confine. E comunque ormai siamo diretti a Chianciano piscio lontano. Tra l’altro avevo detto una birra, così si scaldava di meno, rinco diabetico.”
     “La vita è breve, l’uomo è cacciatore e saremo per troppo tempo morti. A Pazienza.”
     “Al vecchio Paz.” Concorda Marco facendo battere la sua lattina contro quella del compagno. Poi porta una mano al taschino della camicia, ne estrae il pacchetto di sigarette di Fabio, ne prende una tra i denti e, rendendosi conto che il pacchetto è quasi vuoto, fa:
     “A Chianciano ricordami di fermarmi a un bar per farti comprare le 3M.”
     Fabio, fissando la strada e tamburellando il tempo sulla portiera ribatte:
     “Primo le MS Mild Morbide te le fumi te, io fumo le Chesterfield Lights, che, tra l’altro so’ pure box. Secondo se vuoi le sigarette te le compri. Terzo, da quando siamo partiti hai assunto THC, birra  e sigarette. Meno male che nun ce so’ le patatine sennò avresti raggiunto lo schifo totale.”
     “Primo le patatine ce stanno e mo’ le prendi pure. Secondo, visto che io ti ho gentilmente concesso  di accompagnarmi in questa gita e ci metto tutto di mio, mi sembra il minimo che tu offra almeno le sigarette. Quelle che dico io.”
     “Tu non mi hai gentilmente concesso proprio nulla. Mi hai coartato a seguirti. Sennò stavo ancora tranquillamente sdraiato sull’amaca a godermi il fresco.”
     “Già, dimenticavo che ai vecchi piace stare a non fare un cazzo. Comunque, se, come dici tu ti ho coartato, e non mi pare proprio, com’è che hai deciso tu la meta?”

FADE

     Chianciano è ormai alle loro spalle.
     Stanno tutti e due quasi immobili, poggiati al parapetto antistante un borgo tipicamente senese, a fissare il panorama (una distesa pressoché infinita di campi arati delimitati da strade costeggiate da cipressi). Non sono entrati a visitare il paese né hanno fatto visita al baretto con cortile alberato alla loro sinistra. Si sono seduti sul muretto due ore fa e sono rimasti così, nel silenzio a scambiarsi pochissime parole e fumare bevendo birra.
     Improvvisa, rumorosa, una pioggia calda e pesante cade tutto intorno. Il posto si anima di figure che chiudono finestre e cercano ripari più o meno improvvisati. Loro non sembrano farci caso più di tanto: si alzano, si stiracchiano, levano le birre brindando alla pioggia, danno un’occhiata alla macchina e concordano tacitamente di lasciarla scoperchiata; tanto appena spiovuto si riasciugherà.
     Nel silenzio sanno di star pensando alla stessa cosa: a quanto gli Ottavo Padiglione siano riusciti, in “Pioggia d’Agosto” a descrivere tutto questo e, dentro di se’, levano un brindisi anche a loro.
      Ciò che faranno poi  non è dato sapere.

mercoledì 24 agosto 1994

Quand’Ora Sarà Ch’Io Vada



Quand’ora sarà ch’io vada
Tra prati di rugiada
Percorrerò la strada
Che mena sin la rada

Sotto il sole crudele
Io scioglierò le vele
Mi nutrirò di fiele
Sognando del tuo miele

Poi, mentre il giorno muore
Approderò al tuo cuore
E donerotti amore
Vincendo il mio pudore

Ma ora, fin ch’è notte
Io sole traccio rotte
Verso le fiche ghiotte
Di mill’e più mignotte

lunedì 1 novembre 1993

En Xena Xenos

En Xenai  Xenos1
  
     Come dicevano gli Iron Maiden? “Straniero in terra straniera / Terra di ghiaccio e neve / Intrappolato in questa prigione / Sperduto e lontano da casa2. Così si sente stasera Marco Male. Bloccato in questo squallido locale da qualche parte di questa città assediata dalla neve.
     Tutto ha inizio otto giorni fa quando Marco riceve una telefonata da un amico del Nord che lo invita a passare da lui una settimana insieme ai soliti amici di sempre (“Sai, una roba tra il grande freddo senza morti e i films di Salvatores, insomma la solita storia”).
     Concordati i nominativi e fatti i bagagli lo staff romano parte per la sua vendetta sui barbari che osarono attaccare la Città Eterna e i primi sei giorni passano portando con se’ Reggae, notti insonni e placido cazzeggio.
     La sera del settimo giorno i nostri hanno tutte le intenzioni di seguire l’esempio del Signore e riposarsi; vengono invece invitati a partecipare alla festa nel locale squallido di cui sopra, organizzata proprio in onore della loro partenza.
     L’atmosfera è noiosa, la musica assordante e il bar è sprovvisto di Absolut. La pista è affollata da gente annoiata che cerca il suicidio affogando nel sudore. Marco, che non balla, sta seduto su un divanetto buio a scaldare un bicchiere di Rum cubano facendo finta di ascoltare un tipo del cui discorso non sente nemmeno una parola. I compagni di razzie, sconfitti dall’alcol e dal THC, agonizzano in altri divanetti o al cesso.
     Finalmente, dopo un numero tot di ore, il locale comincia lentamente a svuotarsi. Radunati i resti del drappello e fatti i saluti di dovere, Marco si avvia verso l’uscita. Sulla porta si imbatte in una ragazza che lo saluta imbarazzata e lo guarda con lo sguardo ho-una-gran-voglia-di-fondermi-con-te -ma-sono-troppo-timida, lui atteggia il volto a spiacente-ma-sono-troppo-bruciato-dalla-vita ed esce pensando che forse ha rinunciato a un piacevole fineserata, ma ha lasciato dietro di se’ l’ennesimo cuore incrinato e ciò gli regala una piacevole sensazione lungo la spina dorsale.
     Fuori, nella nebbia del piazzale, viene assalito dal tipo della tipa, della quale evidentemente aveva frainteso lo sguardo, geloso nonché offeso che la “sua donna” sia stata rifiutata.
     Marco è un nonviolento, ma non un fesso e reagisce all’attacco: compie una serie di rapidi movimenti, poi lo fissa e gli fa: “Probabilmente non hai capito quello che ti è successo, perciò te lo spiego: la chiave della manette che ti stringono i polsi dietro la schiena è allucchettata ad uno dei passanti anteriori dei tuoi jeans, la chiave del lucchetto ce l’ho io; perciò se vuoi liberarti devi trovare qualcuno che ti cali i calzoni. Riportami tutto domattina alle undici alla stazione centrale e ore levati dalle palle. Stop”. Dopodiché monta tranquillamente in macchina lasciandolo ad urlare istericamente cercando di radunare gli amici troppo ubriachi per capire qualcosa e parte in direzione Sud.
     La cosa che lo fa più ghignare in tutta questa storia è che domani alle undici meno un quarto, mentre lui sarà già alle porte di Roma col sole che lo scalda attraverso il parabrezza, una nutrita schiera di teste di cazzo incazzate batterà alla sua ricerca la stazione centrale di una nebbiosa città del Nord assediata dalla neve.

1  “straniero in terra straniera” (greco) in originale era in caratteri greci. Ma a quanto pare su splinder il font "symbols" non riscuote gran successo...
2  “Stranger in a Strange Land”  dall’L.P. “Somewhere in Time”

sabato 1 maggio 1993

[ ]

Sapeva che sarebbe successo; era pressoché inevitabile e ora si ritrovava a subirne le conseguenze.
Avevano detto “dai, organizziamo qualcosa a casa tua, facciamo qualcosa da mangiare e poi ci scateniamo in una mega partita a ping-pong all’americana” Lui aveva cercato di evitare il pasto, di mantenerlo leggero, di non farlo annaffiare con la birra. Ma loro niente: e vai con la puttanesca, e vai con la caprese, e vai col dolce. E birra e birra e birra e Coca e Fanta e alla fine erano inevitabilmente tutti fedeli e timorosi sudditi del loro unico dio e sovrano.
Era ormai inutile spronarli, prenderli a calci, pagarli. Erano tutti in coma, a fissare il tennis davanti al televisore, appoggiati al letto con le gambe stese e l’occhio spento.
L’abbiocco postprandiale
ti prende tutto d’un colpo, senza bussare, ti alzi da tavola fresco e tranquillo e di botto ti senti lo stomaco che si appesantisce e ti costringe a risederti, le palpebre si serrano contro la tua volontà e tutti i tuoi sforzi sono tesi a distaccarle per permettere all’occhio di vagare nel vuoto alla ricerca di un soggetto che non impegni troppo il cervello ormai incapace di articolare un qualsiasi concetto che sia più impegnativo di “cazzo, l’abbiocco!!!”. Non riesci più a recepire i più semplici segnali del mondo circostante, nulla potrebbe più riuscire a resuscitarti da un simile condizione, neanche ciò per cui normalmente daresti uno dei tuoi arti superiori. Vorresti solo dormire ,ma non ci riesci perché sei troppo appesantito e allora stai come un ebete allungato a fissare una partita di tennis che non riesci a decifrare mentre il resto della città versa nelle tue stesse condizioni e speri solo di riprenderti presto per poter fare quella cazzo di partita che era poi ciò per cui sei venuto a casa di Fabbio che “Io te lo avevo detto” e che ora ti rompe le palle per fartela pagare “A te e a quegli altri stronzi” e che gli spaccheresti volentieri il culo se solo riuscissi a sollevare una gamba e invece stai come una zucchina e devi soffrire e non ti dà nemmeno il caffè perché “Se lo vuoi te lo fai ma mi sa che è finito” con quel ghigno da stronzo. Ma appena me ripjo te sdrumo e allora sì... Ma checcazzo ma chi so’ ‘sti due che pallettano da due ore saranno abbioccati pure loro, ma ‘sticazzi sto già mejo e ora mi alzo e ora mi alzo e ora mi alzo e.....cazzo piove! Ma allora lo fai apposta, no ha smesso dai si va rompicojoni rincojoniti.
Ma la prossima volta col cazzo che mi fai mangiare così Fabbio dimmerda e... no, la racchetta sulle palle no, vaffanculo stronzo prendi questo attento al tavolo da ping-pong e cazzo l’hai sfondato e adesso?!?
Etc etc.

venerdì 1 maggio 1992

Breve Storia Paratattica [ o dell’esterno che ci influenza ]

 Solo, su una spiaggia gialla di sabbia grezza, davanti il mare, a sinistra una cattedrale gotica abbandonata di marmo bianco, cascate di edera e vite americana rossa sulla facciata. Vestito con jeans chiari, Chester grigio chiaro, scarpe da basket bianche; Un maglione nero buttato sulla destra. Una boccia di Martini Bianco tra le mani, le mani poggiate sulle ginocchia, le gambe incrociate. Fissa il mare lievemente agitato dall’altra parte dei Way-Farer neri. Il vento spettina i suoi capelli biondi appena un po’ lunghi. E’ un’assolata mattina d’inverno. In alto strisce di nuvole bianche si alternano a fasce di cielo azzurro pallido. Il sole è alto e annoiato sopra le sue spalle leggermente  curvate. Pensa che non ha più sigarette ma è meglio così, vuole godersi in pieno questo momento, non beve nemmeno il Martini: i due sorsi che ha in corpo gli bastano. In lontananza pescherecci e barche a vela; nemmeno un gabbiano. Non ha assolutamente niente da fare per le prossime tre ore e si gode il sole sulle spalle.
     Si alza, raccoglie il maglione con la sinistra senza scrollarlo e si avvia verso la cattedrale. Entra. E’ caldo dentro. Il tempo non scorre. Il pavimento è sporco di sabbia bianca che scricchiola sotto i suoi piedi amplificata dallo spazio vuoto. Da un ultimo sorso alla boccia che poggia su un inginocchiatoio. Percorre lentamente le navate girando su se stesso per impossessarsi meglio degli spazi. Pensa: tornerò con una telecamera e un paio di amici per catturare l’anima del posto. “Oggi è un buon giorno per morire”. No, meglio “la vita è breve, l’uomo è cacciatore e saremo per troppo tempo morti”. Ecco, sì, e questa è la mia “magnifica preda”, “credevi di cacciare, ma adesso la preda sei tu”. Se è così mi arrendo: “il segno di una resa invincibile”. Il transetto. Tripla giravolta lenta per godersi tutta la basilica -vedo tutto il mondo da Foligno-. Il pulpito. Sale i gradini lentamente, uno alla volta con gli occhi fissi sul gradino superiore per non rovinarsi l’impatto di una visione d’insieme dalla vetta. 5.000 occhi di pietra che non vedevano un uomo da decenni lo fissano, lo giudicano, lo temano: lui ha il potere di annientarli con un semplice fischio. Non fischierà. Il vero vincitore si conosce dalla magnanimità verso i vinti. Li rispetta. Si sente orgoglioso di tanta importanza, felice ma anche un attimo indegno. Fa niente. Se così vogliono loro starà al gioco, non farà nulla di oltraggioso. Non è un finto ateo; non è costretto a bestemmiare da una libertà dogmatica. E’ veramente libero e libertario. Riconosce e apprezza il bello, se c’è, anche in un’opera del Ventennio.
     Un’ombra sulla porta. Passi ritmati di anfibi neri, decisi di chi non osserva, decisi di chi è insicuro. Non si nasconde (ha gli occhi dalla sua). E’ notato. Gli anfibi si fermano, si atteggiano, proseguono, lo guardano con aria di sfida. “E’ tua la duetto nera parcheggiata qui fuori?” L’incantesimo è rotto. I 5.000 occhi non vedono più nessuno. “E’ mia”. “Allora Tizio ti manda a dire se puoi andare adesso”. “andiamo. Stai a piedi?” Ovviamente sta a piedi: non ha l’età per la patente, i soldi per la moto, il look per il motorino. “Ti do uno strappo, prendi la boccia.” “Martini, robba da froci.” - Sentenze, robba da stronzi -.
     Fuori. Il vento è cessato, il mare è calmo, la pace, poco a poco, lascia il posto all’euforia. Infila il maglione, accende la macchina, “C’hai una sigaretta?”. La radio sentenzia “Born to be wild” . 
Amen.

mercoledì 10 aprile 1991

Lo vidi sostare

Lo vidi sostare pensoso sul ponte
Di freddo sudore imperlata la fronte
Il corpo percorso da forte tremor
Lo sguardo fissato sull’acqua fetente
Il cuore pulsante maestoso e possente
Il viso in costante funereo biancor.

Ristetti a fissarlo indeciso e pensoso
Sentivo angosciarmi un dilemma gravoso
Dovevo tenerlo o lasciarlo andar giù?
Decisi “lo afferro e gli presto soccorso
Del gesto son certo, non temo rimorso
Non devo attardarmi, non ho tempo più”

Mi accosto, gli dico “perché vuoi gettarti?
Non sai quanto ancora ha la vita da darti?
Splendore di giorni, di notti virtù”
Mi guarda, mi dice “ma chi ti conosce
Tu giungi gridando parole di angosce
cos’hai da donarmi da porgermi tu?

“Io stavo fissando la ferma corrente
Il rivolo morto dell’acqua stagnante
Lo sguardo disperso nel flusso che fu
Ho perso il mio Rolex massiccio d’acciaio
E stavo sospeso pensando al mio guaio
Ma visto che t’offri, va’ a prenderlo tu”

Mi diede una spinta improvvisa e veemente
Mi fece volare nell’acqua fetente
E venni sommerso dal flusso che fu
Lo shock improvviso  mi fece ansimare
Quell’acqua melmosa mi fece assaggiare
Da allora e per sempre rimasi quaggiù

sabato 2 agosto 1986

BREVI CENNI SULLA VITA GIOVANILE IN L.A.

[ispirati dalla lettura del romanzo Meno di zero di Bret Easton Ellis]

Come siete carini
Voi LosAngelini
Coi capelli corti
E gli sguardi da morti
Coperti da occhiali
E sorrisi banali

Come siete carini
Voi LosAngelini
La faccia pulita
La moto cromata
La mamma laccata
La vita è finita

Come siete carini
Voi LasAngelini
T-shirt dell’Hard Rock
Fissati col look
Genitori mai visti
Odiate i surfisti

Come siete carini
Voi LosAngelini
Tirate la coca
Sprecate la vita
La gioia è assai poca
La noia infinita

Come siete carini
Voi LosAngelini
Chi c’ha la ragazza
Chi pure il ragazzo
Chi invece s’ammazza
Che vita del cazzo!