Per decidere una cazzo di ora per il ritorno [di sabato sera...
Sei in vacanza, cojone. Ogni ora va bene!] devi fare 15 telefonate
bloccando la fila. E quando la tipa allo sportello te lo fa
delicatamente notare sai solo dirle sottovoce mettendo una mano sul
telefono "un secondo" con aria seccata [un secondo un cazzo. Lo hai
detto 5 volte per un totale di 7 minuti, testadicazzo...]
Ma allora, perchè cazzo ti stranisci quando ti stacco dal desk a forza e
ti piazzo una craniata su quella cazzo di montatura da centinaia di
€uri che usi per nascondere quella faccia da cazzo che c'hai???
Dovresti, invece, renderti conto di quanto sei stato scortese, cafone e
umano, chiedere scusa al mondo intero e risarcire il disturbo degli
astanti permettendo loro di infierire sulle tue carni. E possibilmente
suicidarti in settimana.
E nel frattempo ringrazia quell'inetto del tuo dio per averti fatto incontrare me, che giro disarmato, va...
mercoledì 25 luglio 2007
sabato 21 luglio 2007
Cena fuori
Al ristorante. Un cameriere sparge piatti, bicchieri e posate sul tavolo e dice "Se volete potete ordinare"
venerdì 4 maggio 2007
Non vi capisco
Stamattina. Ore 8.30-8.45. fermata Termini della MetroB direzione
Rebibbia. La folla si accalca in banchina in attesa di un treno che non
ne vuole sapere di arrivare manco fosse una canzone dei Madness.
Dopo i quindici minuti di cui sopra la voce annuncia in arrivo il treno ambito e a seguire a rota il prossimo.
Il primo treno arriva, apre le porte, vomita sulla banchina un qualche migliaio di passeggeri e inizia a imbarcare gente. Dopo un paio di minuti sta ancora imbarcando. La voce al megafono inizia a dire che se non smettono di salire su questo treno esso non può partire e fare spazio a quello che deve prendere il suo posto.
Ma le pecore paiono non sentire e continuano ad accalcarsi fino a riempire ogni spazio libero. Finito lo spazio non si fermano, ma iniziano a spingere e a belare infastidite del tempo che stanno perdendo mentre iniziano ad apparire timidi addetti di stazione che fanno cortesemente presente che "se ve levate de mezzo dietro ce sta un antro treno voto che deve arrivare". Le pecore guardano con fastidio i cani pastori, imprecano a mezza bocca e continuano a pressare.
Alla fine il conducente, dopo averli un po' schiacciati con le porte, fa un paio di metri per farne sgrappolare un po' e riesce a partire lasciando spazio al treno successivo che arriva semivuoto e parte vuoto.
Ora, capisco che il vostro capo spirituale lo chiamate Pastore, ma avete proprio bisogno di comportarvi da pecore?
Quand'è che conquisterete la posizione eretta?
[p.s. Comunque devo dire che anche ad odore la somiglianza è impressionante, complimenti...]
Dopo i quindici minuti di cui sopra la voce annuncia in arrivo il treno ambito e a seguire a rota il prossimo.
Il primo treno arriva, apre le porte, vomita sulla banchina un qualche migliaio di passeggeri e inizia a imbarcare gente. Dopo un paio di minuti sta ancora imbarcando. La voce al megafono inizia a dire che se non smettono di salire su questo treno esso non può partire e fare spazio a quello che deve prendere il suo posto.
Ma le pecore paiono non sentire e continuano ad accalcarsi fino a riempire ogni spazio libero. Finito lo spazio non si fermano, ma iniziano a spingere e a belare infastidite del tempo che stanno perdendo mentre iniziano ad apparire timidi addetti di stazione che fanno cortesemente presente che "se ve levate de mezzo dietro ce sta un antro treno voto che deve arrivare". Le pecore guardano con fastidio i cani pastori, imprecano a mezza bocca e continuano a pressare.
Alla fine il conducente, dopo averli un po' schiacciati con le porte, fa un paio di metri per farne sgrappolare un po' e riesce a partire lasciando spazio al treno successivo che arriva semivuoto e parte vuoto.
Ora, capisco che il vostro capo spirituale lo chiamate Pastore, ma avete proprio bisogno di comportarvi da pecore?
Quand'è che conquisterete la posizione eretta?
[p.s. Comunque devo dire che anche ad odore la somiglianza è impressionante, complimenti...]
mercoledì 28 giugno 2006
Making movies on location
Erano i tempi in cui andavi in giro sempre e comunque in jeans, magliette stampate e anfibi o quelle che al tempo si chiamavano scarpe da ginnastica [oggi qualcosa tipo sneakers].
Erano i tempi in cui ti battevi tutta Roma a piedi a botte di kilometri alla volta. E avevi sempre nella tasca posteriore destra dei jeans il tuo fido walkman che ti sparava a tutto volume nelle orecchie quella musica che ti avrebbe fatto col tempo diventare seriamente audioleso.
E ne ascoltavi di robba: BruceSpringsteen, Clash, IronMaiden, Cure, i fottuti GunsN'Roses, Queen, Skiantos, JesusAndMaryChain e tutta quella musica distorta degli anni '80.
E poi c'era un gruppo che riusciva sempre e comunque a metterti di buon umore, anche quando cantava le sue canzoni più tristi e cupe. Un gruppo che aveva il suono degli anni '80 [infatti poi è inesorabilmente scomparso]. Un gruppo la cui musica suonava come quella che si deve sentire durante i picnic in paradiso. E il cui frontman andava in giro con una specie di aureola.
Stamattina li ho riascoltati mentre venivo a studio e, anche se invece che a piedi sfrecciavo sulla tangenziale in scooter e al posto della maglietta avevo una camicia di lino, mi sono risentito il pischello con il cuore affogato di gioia che cantava a squarciagola Tunnel of Love e Skateaway. Solo che certe cose è preferibile farle a piedi...
mercoledì 8 marzo 2006
Voglia di
Un tramonto estivo a Capocotta bevendo Campari e ascoltando lo sciabordio delle onde che fanno da base al reggae che esce dal chiosco del OneLove.
mercoledì 5 ottobre 2005
Testamento biologico
dice corriere.it che secondo il comitato di bioetica uno che si trovi in coma debba continuare a essere alimentato e idratato anche contro la sua volontà.
E, secondo alcuni, il caso del signore che è uscito dal coma dopo un paio d'anni sosterrebbe questa tesi.
Io, rifacendomi a un altro signore, dico che se dopo tre giorni non mi sono risvegliato spegnete tutto e annamo a casa.
Tanto, se certe cose non si fanno entro il terzo giorno, perdono tutto l'effetto...
mercoledì 28 settembre 2005
So you are Puuunk!!!
Sono un tot di giorni che continuano a girarmi in testa canzoni dei Clash, Rancid, Ramones, e altri del genere.
E allora torna la voglia di anfibi, jeans
bianchi aderenti ricoperti di scritte di pennarello nero e code appese
al passante posteriore , di magliette stampate con le maniche tagliate e
felpe col collo e il bordo inferiore strappati. Di Wayfarer Ray-ban e
giacchetti di jeans neri riempiti di pins e toppe.
Poi, visto che vestito così marcherebbe un
po' strano tornare dalla pausa pranzo e riprendere il proprio posto di
segretario in uno studio legale, ci starebbe tutto un pomeriggio
indolente a ciondolare con una bottiglia di birra tenuta per il collo
dalle parti del Quarticciolo o del Pigneto. Magari con del Reggae o
della New Wave che esce distorta a palla da qualche finestra.
Ecco, questo mi ci vorrebbe ora.
venerdì 23 settembre 2005
mercoledì 1 giugno 2005
le cose fatele con Karma
Comunque io credo che quello che fai e che dai nella vita ti torni in dietro. Nel bene e nel male.
Quindi volevo dire a quell'omino educato a bordo della sua sobria CLK
ovviamente argento targara AA 16* AA che stamattina su via maresciallo
Pilsudski incrocio via Guidobaldo del monte mi ha buttato un mozzicone
di sigaretta acceso sul parabrezza, che nella vita terrena perderà
presto la vista.
E, essendo lui sicuramente un fervente cattolico , dopo la morte lo
aspettano le fiamme dell'inferno. E un tizzone rovente nell'occhio
destro. per sempre.
E uno nel culo, va', che non ci sta mai male.
sabato 13 febbraio 1999
Di ciò che successe all'uomo di successo che ordinò un espresso alla stazione ferroviaria
Un attore famoso un poco depresso
Era
al bar ferroviario aspettando un espresso
Tra
il banco e il binario sostava perplesso
In
un limbo sintattico vedeva se stesso
Fin quando annunciaron finite le attese
Per
prender la tazza la mano distese
Ma
aveva frainteso e un treno lo stese
‘’è
questo successo?’’ la folla si chiese
E il barista: ‘’è
successo
sì . E succede più
spesso di quanto non crediate’’
martedì 1 aprile 1997
Fabio in Primavera
Non lo avrebbe mai creduto e invece è successo.
Lei si è avvicinata e gli ha detto:
“Ho voglia di un gelato, ma non mi va di mangiare da sola, te ne offro uno”
Lì per lì non ha capito, poi, con l’aria più disinteressata possibile, ha detto:
“Se per te è uguale offrimi una birra o una sigaretta, ultimamente non amo i gelati”
Lei, guardando altrove ha scandito:
“Allora una birra, col gelato sta decisamente meglio”
E così eccolo qui mentre la accompagna
nel bar ancora incerto se ha capito il senso della sua ultima frase ma a
questo punto deciso ad andare avanti se non altro per curiosità.
Ordina
una chiara alla spina, poi si poggia con la schiena al bancone e da’
un’occhiata in giro per vedere chi c’è nel bar. Quando si gira verso di
lei si accorge che lo sta fissando mentre mangia il proprio Cucciolone a
morsi lenti. Senza staccargli gli occhi di dosso dice:
“Comunque
io sono Cristina.” E gli porge la mano con le dita dritte e il pollice
in linea con l’indice, cosa che a lui ha sempre dato fastidio. E poi che
vuol dire iniziare il discorso con comunque?
“Lo
so,- risponde ignorando la mano - abito anch’io in questo paese, sei la
sorella di Gianni.” Poi, dopo aver cercato un sostituto a comunque e non averlo trovato, “Comunque, nel caso ce ne fosse bisogno, io sono Fabio, Fabio Coleridge.”
“Non
ce n’è bisogno. - Ribatte lei leccandosi le dita dal gelato allo
zabaione dopo aver elegantemente gettato la carta nel cestino. -
Piuttosto, com’è che quando non ti viene a trovare quel tuo amico da
Roma non ti si vede in giro?”
Fabio
è tentato di rispondere qualcosa di terribilmente spaventoso e insieme
terribilmente inventato, ma poi pensa che non sarebbe giusto abusare in
questo modo di un’anima semplice che probabilmente non capirebbe nemmeno
il gioco. E poi oggi gli va di parlare e in fondo la tipa non è niente
male.
Quindi,
dirigendosi verso la staccionata davanti al bar e assicurandosi che lei
lo stia seguendo dopo aver ordinato una Diet-Coke in lattina, le dice:
“Il
fatto è che sono abbastanza timido e poi da solo non sto male. Quindi
spesso non mi va proprio di farmi avanti con gli altri, anche perché
magari poi va a finire che ti sforzi di conoscere delle persone che alla fine
si rivelano delle teste di cazzo paurose e quindi chi te lo fa fare?”
Poi, senza darle il tempo di rispondere qualche ovvietà alla sua domanda
retorica, aggiunge “A proposito, sai che sei la prima persona che
conosco che riesce a trasformare il bere con la cannuccia in qualcosa di
altamente erotico?”
Lei
lo fissa ammutolita, come previsto, poi arrossisce un po’ e per la
prima volta distoglie lo sguardo da lui. Fissa il panorama lontano alla
propria destra e, ripreso il controllo del cromatismo delle guance, gli
propone di fare un passeggiata.
A
Fabio, improvvisamente, viene in mente che se lo baciasse ora
mischierebbe il sapore della birra che lui sta ancora sorseggiando a
quello della coca e non del gelato. Poi, pensando che forse in finale
non è poi così importante, accetta di passeggiare con lei dopo aver
finito la birra e restituito il boccale.
È
un po’ che stanno passeggiando, lei ha smesso di fissarlo e sembra
invece interessata a essere vista con lui, come se lo facesse per
scommessa. O forse lui è più popolare di quanto credesse. Comunque
Fabio, al quale non piace troppo essere al centro dell’attenzione, ha
dirottata la passeggiata verso luoghi più isolati e ora stanno
percorrendo un sentiero costeggiato da una parte da rovi e dall’altra da
glicini.
La conversazione, dopo un primo periodo di ovvietà dette da lei e risposte minime di pura cortesia sillabate
da lui, si è ora arenata e così i due camminano in silenzio, cosa che,
per quanto riguarda Fabio, non è affatto un problema. Si gode il profumo
dei glicini e il caldo di una primavera scoppiata tutta insieme dopo
essersi fatta a lungo attendere.
Arrivano
a un bivio che da una parte conduce in paese e dall’altra si addentra
nei boschi. Quando già Fabio si sta chiedendo se torneranno alla civiltà
o meno, lei si ferma, lo fissa per quindici eterni secondi mentre è
percorsa da brevi tremiti lungo tutto il corpo, e infine mischia la
Diet-Coke con la birra.
Fabio
sinceramente resta un po’ sorpreso. Ovviamente sapeva che sarebbe
successo. Quello che non si aspettava è l’intensità, quasi la foga, che
lei ci mette. Non è che gli dispiaccia, anzi comincia a prenderci gusto,
solo che lei lo sta baciando come se stesse bevendo da una borraccia
nel deserto, come se non baciasse da cinque anni..
Caso strano, le prime parole che lei dice quando, dopo cinque minuti si stacca, sono “Aspettavo questo bacio da cinque anni.”
“Questo vuol dire che non baci da cinque anni?” A occhio e croce doveva averne più o meno quindici.
“No, vuol dire che sono cinque anni che aspetto di baciare te, e col tempo ho iniziato ad aspettare anche altre cose.”
Hei, la ragazza si fa audace, chissà se abbiamo tutti ben chiaro a cosa si stia realmente riferendo.
“Con
calma - fa Fabio, mentre, tenendola dalle spalle la fissa negli occhi -
rispettiamo l’ordine temporale. Quanto tempo è passato dal desiderio
del bacio al successivo?”
“Non lo so. In ogni caso, qualunque sia stato non ho intenzione di aspettare tanto.”
Non
c’è che dire, le parole si fanno audaci sulla sua bocca. Lo sguardo,
invece, è rimasto lo stesso di quindici secondi prima del bacio. E
bisogna dire che questo provoca su di lui uno strano effetto.
Sicuramente lo intriga, ma al tempo stesso lo trova quasi disarmante,
come fosse un ragazza che vuole per forza portarsi a letto il proprio
mito incontrato per strada e non sa nemmeno bene come fare.
Alla fine decide di lasciarsi del tempo e, accarezzandole il viso, le chiede di raccontargli di cinque anni fa.
“Tu
venivi per le vacanze - attacca lei riprendendo a camminare e fissando
la strada davanti a loro - e passavi le sere a parlare con mio fratello
sotto casa. Io ogni tanto vi venivo ad ascoltare quando gli altri
andavano in discoteca e mio padre non mi lasciava seguirli. Tu
sicuramente non ti ricordi, non mi avrai nemmeno notata.”
“Mi ricordo, invece. Passavi il tuo tempo giocando con un gattino grigio o annodando braccialetti e già allora eri terribilmente carina.”
Lei
arrossisce per la seconda volta, e per la seconda volta Fabio l’ha
fatto apposta, tanto da chiedersi che intenzioni abbia in realtà. Ma
sarà il tempo a decidere.
“A proposito, com’è che sei scappato da Roma e ti sei trasferito qui?”
Ha cambiato discorso per non soccombere d’imbarazzo o per finta modestia? E poi, a proposito di che?
“Non
è che sia proprio scappato. Io amo Roma. È che io e Marco avevamo
bisogno di prendere un po’ di ossigeno ogni tanto e visto che c’era casa
mia libera.... io sto qui più spesso di lui, tutto qui.”
“Marco è il tuo amico, vero? -Bada che cima!!!! - che tipo è? Come vi siete conosciuti?”
E no!!!!
Siamo scaduti nel banale più assoluto ! che tipo è il tuo amico...
cos’è , vuoi farti pure lui? Vuoi fare ingelosire Fabbio? Non sapevi più
cosa dire? E la cosa più allucinante è che lui le risponde pure!! Mi sa
che il tempo ha già deciso. Ha deciso di dare a Fabbio Cristina e di
prendergli in cambio il cervello. Tutto ciò è toppo pietoso, vi
risparmio.
E
poi, tra l’altro non ho nessuna intenzione di farvi sapere come si
conobbero i Male e il Bene (il Coleridge, scusate). Oltre al fatto che,
per ora, io stesso nonnesonnulla.
giovedì 4 luglio 1996
Pioggia D'Agosto
Tranquillo, rilassato, per la precisione svaccato.
Su un’amaca di canapa intrecciata a maglie larghe sotto
una pergola di glicine in fiore, Fabio Coleridge ascolta il mondo
trattenere il respiro in un rovente postprandio estivo. Il cielo
azzurrissimo, quasi trasparente, filtra tra il verde e il viola che lo
sovrasta. i jeans scoloriti e lisi all’estremo stringono le sue cosce
regalandogli una piacevole sensazione di pace. la maglietta grigia con
una scritta in viola acceso che invita a limitare gli sforzi gli
preserva la schiena dal fastidioso prurito della canapa a contatto con
la pelle . Una leggera brezza gli accarezza i corti capelli e diffonde
nell’aria il profumo del glicine.
Improvviso,
netto, gli giunge il suono di un motore che si avvicina. Chiude gli
occhi e aspetta. Il motore tace. Una portiera si apre e si richiude. Un
paio di stivali si avvicinano lungo il vialetto di ghiaia per tacere
sull’erba che circonda il gazebo. Un mazzo di chiavi tintinna nell’aria e
va a fermarsi sul suo petto.
Fabio
socchiude gli occhi controvoglia e vede, perfettamente centrati nel suo
campo visivo, un paio di jeans chiari, una maglietta nera con una
stampa seminascosta da una camicia rossa aperta, un paio di stivali
color noce con punta quadrata e anelli laterali, un paio di occhiali con
lenti quadrate nere e un folta cascata di ricci scuri che si infrangono
sulla camicia. Senza cambiare espressione, quasi stesse ancora
dormendo, scandisce:
“Quando
ti stai godendo il tuo momento di pace assoluta, allora e solo allora,
puoi stare certo che giungerà una testa di cazzo professionista a
ricordarti di quanto sia nocivo il genere umano.”
Pacato, quasi rivolto a se stesso, il nuovo venuto ribatte:
“Brutta bestia la demenza senile. Se poi colpisce un soggetto appena uscito dalla pischellanza è micidiale.”
Fabio incassa il colpo, si stira e, mentre si alza dall’amaca , fa:
“Vai a preparare il caffè e offrimi una sigaretta.”
Poi,
mentre il tipo scompare verso la cucina, va ad immergere la testa sotto
il rubinetto dell’acqua fredda dietro il gazebo e si accende la
sigaretta dirigendosi verso la propria macchina. Cerca tra la cassette
sfuse sul pianale quella degli Assalti Frontali e si porta anche lui in
cucina dove l’altro sta versando il caffè.
“Tazza, tazzina o tazzetta?”
“Tazza, piena.”
“Zucchero?”
“Sei.”
“Vecchio, vecchio e diabetico.”
Fabio mette la cassetta nello stereo, lo accende e fa:
“Te,
chi ti ha messo quel nome, visto il cognome che ti ritrovi, o t’ha
letto il futuro, o ti ha scritto il destino. Marco Male ti si addice
proprio, caro il mio rompicojoni.”
“Visto che marco male”, ribatte il tipo, ”Ridammi la sigaretta che t’ho data prima, che era pure l’ultima.”
Fabio prende un pacchetto di sigarette dal tavolo, ne estrae una e lancia il resto a Marco che, mentre accende, propone:
“Facciamo un giro?”
Fabio, che sta sorseggiando il suo caffè mentre, poggiato al tavolo, fissa fuori dalla finestra, concorda:
“In
una giornata come questa o si va a correre in macchina o ci si spalma
sotto il glicine a sfarsi di canne. Io opto per la corsa.”
“Non abbiamo una Corsa. Io opto per la mia BMW cabrio.”
“Niente strade bianche?”
“Asfalto. Autostrade, tornanti, circuito, ma asfalto.”
“Val d’Orcia e Senese?”
“I mostri di Bomarzo?”
“Testa o croce ai bivi e bona l’è?”
“Aggiudicato. Vatti a rifare che io sciacquo le tazze e rollo canna:”
Fabio scompare dopo aver portato al massimo il volume dello stereo e aver cantato con lui:
“Il messaggio spinto è noto/ pulito, una foto/ un ricordo/ l’orologio di Bologna 2 Agosto/ fermo alle 10:25/ e la scritta/ “come ripulisce le stazioni un fascista”.”
Marco,
rimasto solo in cucina, lava le tazze e si porta in macchina ad
apparecchiare la canna. Finita l’operazione, sgombra il sedile del
passeggero, accende lo stereo e attende ad occhi chiusi l’arrivo del
compagno mentre Bob Marley racconta di tre uccellini che gli hanno fatto
visita ‘stamattina e del massaggio che gli hanno portato.
La voce di Fabio lo desta dai suoi pensieri.
“Com’è che ascolti Bob Marley?”
“Bob Marley & Wailers: BMW, la musica adatta per questa macchina.”
“Solo che il contesto è un po’ diverso.”
“Solo che lui diceva che era scritto che avesse una BMW per lo stesso motivo:”
Fabio
fa una smorfia di compassione e entra in macchina senza aprire lo
sportello, poggia il ginocchio sul cruscotto ed emette un lungo mormorio
di piacere. Marco gli passa la canna.
“Accendi.”
“Chi l’arriccia l’appiccia.”
Marco
accende la canna e la macchina, nell’ordine, e si avvia con molta calma
lungo il sentiero che dalla casa porta all’asfalto. Giunto al bivio si
ferma, passa la canna a Fabio e chiede se testa sia destra o sinistra.
“Non
importa, ho deciso che si va in toscana. Tu pensa a guidare che il
navigatore lo faccio io. Per ora punta su Chianciano fegato sano.”
“E membro moscio in mano.”
Dopo un periodo di silenzio, rotto solo dal ritmo cullante dello stereo, Fabio ripassa la canna a Marco.
“Tiro del leone.”
“Poca canna e tanto cartone. Tiettelo e prendi ‘na bbira dalla ghiacciaia.”
Fabio si gira sul sedile, prende due lattine dalla ghiacciaia sul sedile di dietro e, mentre sorseggia la sua, commenta.
“Come Fandango, stiamo andando in Messico a disseppellire Dom?”
“Dom
non era in Messico, era prima del confine. E comunque ormai siamo
diretti a Chianciano piscio lontano. Tra l’altro avevo detto una birra, così si scaldava di meno, rinco diabetico.”
“La vita è breve, l’uomo è cacciatore e saremo per troppo tempo morti. A Pazienza.”
“Al
vecchio Paz.” Concorda Marco facendo battere la sua lattina contro
quella del compagno. Poi porta una mano al taschino della camicia, ne
estrae il pacchetto di sigarette di Fabio, ne prende una tra i denti e,
rendendosi conto che il pacchetto è quasi vuoto, fa:
“A Chianciano ricordami di fermarmi a un bar per farti comprare le 3M.”
Fabio, fissando la strada e tamburellando il tempo sulla portiera ribatte:
“Primo
le MS Mild Morbide te le fumi te, io fumo le Chesterfield Lights, che,
tra l’altro so’ pure box. Secondo se vuoi le sigarette te le compri.
Terzo, da quando siamo partiti hai assunto THC, birra e sigarette. Meno male che nun ce so’ le patatine sennò avresti raggiunto lo schifo totale.”
“Primo le patatine ce stanno e mo’ le prendi pure. Secondo, visto che io ti ho gentilmente concesso di
accompagnarmi in questa gita e ci metto tutto di mio, mi sembra il
minimo che tu offra almeno le sigarette. Quelle che dico io.”
“Tu
non mi hai gentilmente concesso proprio nulla. Mi hai coartato a
seguirti. Sennò stavo ancora tranquillamente sdraiato sull’amaca a
godermi il fresco.”
“Già,
dimenticavo che ai vecchi piace stare a non fare un cazzo. Comunque,
se, come dici tu ti ho coartato, e non mi pare proprio, com’è che hai
deciso tu la meta?”
FADE
Chianciano è ormai alle loro spalle.
Stanno
tutti e due quasi immobili, poggiati al parapetto antistante un borgo
tipicamente senese, a fissare il panorama (una distesa pressoché
infinita di campi arati delimitati da strade costeggiate da cipressi).
Non sono entrati a visitare il paese né hanno fatto visita al baretto
con cortile alberato alla loro sinistra. Si sono seduti sul muretto due
ore fa e sono rimasti così, nel silenzio a scambiarsi pochissime parole e
fumare bevendo birra.
Improvvisa,
rumorosa, una pioggia calda e pesante cade tutto intorno. Il posto si
anima di figure che chiudono finestre e cercano ripari più o meno
improvvisati. Loro non sembrano farci caso più di tanto: si alzano, si
stiracchiano, levano le birre brindando alla pioggia, danno un’occhiata
alla macchina e concordano tacitamente di lasciarla scoperchiata; tanto
appena spiovuto si riasciugherà.
Nel
silenzio sanno di star pensando alla stessa cosa: a quanto gli Ottavo
Padiglione siano riusciti, in “Pioggia d’Agosto” a descrivere tutto
questo e, dentro di se’, levano un brindisi anche a loro.
Ciò che faranno poi non è dato sapere.
mercoledì 24 agosto 1994
Quand’Ora Sarà Ch’Io Vada
Quand’ora sarà ch’io vada
Tra prati di rugiada
Percorrerò la strada
Che mena sin la rada
Sotto il sole crudele
Io scioglierò le vele
Mi nutrirò di fiele
Sognando del tuo miele
Poi, mentre il giorno muore
Approderò al tuo cuore
E donerotti amore
Vincendo il mio pudore
Ma ora, fin ch’è notte
Io sole traccio rotte
Verso le fiche ghiotte
Di mill’e più mignotte
lunedì 1 novembre 1993
En Xena Xenos
Come
dicevano gli Iron Maiden? “Straniero in terra straniera / Terra di
ghiaccio e neve / Intrappolato in questa prigione / Sperduto e lontano
da casa”2. Così si sente stasera Marco Male. Bloccato in questo squallido locale da qualche parte di questa città assediata dalla neve.
Tutto
ha inizio otto giorni fa quando Marco riceve una telefonata da un amico
del Nord che lo invita a passare da lui una settimana insieme ai soliti
amici di sempre (“Sai, una roba tra il grande freddo senza morti e i
films di Salvatores, insomma la solita storia”).
Concordati
i nominativi e fatti i bagagli lo staff romano parte per la sua
vendetta sui barbari che osarono attaccare la Città Eterna e i primi sei
giorni passano portando con se’ Reggae, notti insonni e placido
cazzeggio.
La
sera del settimo giorno i nostri hanno tutte le intenzioni di seguire
l’esempio del Signore e riposarsi; vengono invece invitati a partecipare
alla festa nel locale squallido di cui sopra, organizzata proprio in
onore della loro partenza.
L’atmosfera
è noiosa, la musica assordante e il bar è sprovvisto di Absolut. La
pista è affollata da gente annoiata che cerca il suicidio affogando nel
sudore. Marco, che non balla, sta seduto su un divanetto buio a scaldare
un bicchiere di Rum cubano facendo finta di ascoltare un tipo del cui
discorso non sente nemmeno una parola. I compagni di razzie, sconfitti
dall’alcol e dal THC, agonizzano in altri divanetti o al cesso.
Finalmente,
dopo un numero tot di ore, il locale comincia lentamente a svuotarsi.
Radunati i resti del drappello e fatti i saluti di dovere, Marco si
avvia verso l’uscita. Sulla porta si imbatte in una ragazza che lo
saluta imbarazzata e lo guarda con lo sguardo ho-una-gran-voglia-di-fondermi-con-te -ma-sono-troppo-timida, lui atteggia il volto a spiacente-ma-sono-troppo-bruciato-dalla-vita
ed esce pensando che forse ha rinunciato a un piacevole fineserata, ma
ha lasciato dietro di se’ l’ennesimo cuore incrinato e ciò gli regala una
piacevole sensazione lungo la spina dorsale.
Fuori,
nella nebbia del piazzale, viene assalito dal tipo della tipa, della
quale evidentemente aveva frainteso lo sguardo, geloso nonché offeso che
la “sua donna” sia stata rifiutata.
Marco è un nonviolento, ma non un fesso e
reagisce all’attacco: compie una serie di rapidi movimenti, poi lo
fissa e gli fa: “Probabilmente non hai capito quello che ti è successo,
perciò te lo spiego: la chiave della manette che ti stringono i polsi
dietro la schiena è allucchettata ad uno dei passanti anteriori dei tuoi
jeans, la chiave del lucchetto ce l’ho io; perciò se vuoi liberarti
devi trovare qualcuno che ti cali i calzoni. Riportami tutto domattina
alle undici alla stazione centrale e ore levati dalle palle. Stop”.
Dopodiché monta tranquillamente in macchina lasciandolo ad urlare
istericamente cercando di radunare gli amici troppo ubriachi per capire
qualcosa e parte in direzione Sud.
La
cosa che lo fa più ghignare in tutta questa storia è che domani alle
undici meno un quarto, mentre lui sarà già alle porte di Roma col sole
che lo scalda attraverso il parabrezza, una nutrita schiera di teste di
cazzo incazzate batterà alla sua ricerca la stazione centrale di una
nebbiosa città del Nord assediata dalla neve.
sabato 1 maggio 1993
[ ]
Sapeva che sarebbe successo; era pressoché inevitabile e ora si ritrovava a subirne le conseguenze.
Avevano detto “dai, organizziamo qualcosa a casa tua, facciamo qualcosa da mangiare e poi ci scateniamo in una mega partita a ping-pong all’americana” Lui aveva cercato di evitare il pasto, di mantenerlo leggero, di non farlo annaffiare con la birra. Ma loro niente: e vai con la puttanesca, e vai con la caprese, e vai col dolce. E birra e birra e birra e Coca e Fanta e alla fine erano inevitabilmente tutti fedeli e timorosi sudditi del loro unico dio e sovrano.
Era ormai inutile spronarli, prenderli a calci, pagarli. Erano tutti in coma, a fissare il tennis davanti al televisore, appoggiati al letto con le gambe stese e l’occhio spento.
Ma la prossima volta col cazzo che mi fai mangiare così Fabbio dimmerda e... no, la racchetta sulle palle no, vaffanculo stronzo prendi questo attento al tavolo da ping-pong e cazzo l’hai sfondato e adesso?!?
Etc etc.
Avevano detto “dai, organizziamo qualcosa a casa tua, facciamo qualcosa da mangiare e poi ci scateniamo in una mega partita a ping-pong all’americana” Lui aveva cercato di evitare il pasto, di mantenerlo leggero, di non farlo annaffiare con la birra. Ma loro niente: e vai con la puttanesca, e vai con la caprese, e vai col dolce. E birra e birra e birra e Coca e Fanta e alla fine erano inevitabilmente tutti fedeli e timorosi sudditi del loro unico dio e sovrano.
Era ormai inutile spronarli, prenderli a calci, pagarli. Erano tutti in coma, a fissare il tennis davanti al televisore, appoggiati al letto con le gambe stese e l’occhio spento.
L’abbiocco postprandiale
ti prende tutto d’un colpo, senza bussare, ti alzi da tavola fresco e tranquillo e di botto ti senti lo stomaco che si appesantisce e ti costringe a risederti, le palpebre si serrano contro la tua volontà e tutti i tuoi sforzi sono tesi a distaccarle per permettere all’occhio di vagare nel vuoto alla ricerca di un soggetto che non impegni troppo il cervello ormai incapace di articolare un qualsiasi concetto che sia più impegnativo di “cazzo, l’abbiocco!!!”. Non riesci più a recepire i più semplici segnali del mondo circostante, nulla potrebbe più riuscire a resuscitarti da un simile condizione, neanche ciò per cui normalmente daresti uno dei tuoi arti superiori. Vorresti solo dormire ,ma non ci riesci perché sei troppo appesantito e allora stai come un ebete allungato a fissare una partita di tennis che non riesci a decifrare mentre il resto della città versa nelle tue stesse condizioni e speri solo di riprenderti presto per poter fare quella cazzo di partita che era poi ciò per cui sei venuto a casa di Fabbio che “Io te lo avevo detto” e che ora ti rompe le palle per fartela pagare “A te e a quegli altri stronzi” e che gli spaccheresti volentieri il culo se solo riuscissi a sollevare una gamba e invece stai come una zucchina e devi soffrire e non ti dà nemmeno il caffè perché “Se lo vuoi te lo fai ma mi sa che è finito” con quel ghigno da stronzo. Ma appena me ripjo te sdrumo e allora sì... Ma checcazzo ma chi so’ ‘sti due che pallettano da due ore saranno abbioccati pure loro, ma ‘sticazzi sto già mejo e ora mi alzo e ora mi alzo e ora mi alzo e.....cazzo piove! Ma allora lo fai apposta, no ha smesso dai si va rompicojoni rincojoniti.Ma la prossima volta col cazzo che mi fai mangiare così Fabbio dimmerda e... no, la racchetta sulle palle no, vaffanculo stronzo prendi questo attento al tavolo da ping-pong e cazzo l’hai sfondato e adesso?!?
Etc etc.
venerdì 1 maggio 1992
Breve Storia Paratattica [ o dell’esterno che ci influenza ]
Solo,
su una spiaggia gialla di sabbia grezza, davanti il mare, a sinistra
una cattedrale gotica abbandonata di marmo bianco, cascate di edera e
vite americana rossa sulla facciata. Vestito con jeans chiari, Chester
grigio chiaro, scarpe da basket bianche; Un maglione nero buttato sulla
destra. Una boccia di Martini Bianco tra le mani, le mani poggiate sulle
ginocchia, le gambe incrociate. Fissa il mare lievemente agitato
dall’altra parte dei Way-Farer neri. Il vento spettina i suoi capelli
biondi appena un po’ lunghi. E’ un’assolata mattina d’inverno. In alto
strisce di nuvole bianche si alternano a fasce di cielo azzurro pallido.
Il sole è alto e annoiato sopra le sue spalle leggermente curvate.
Pensa che non ha più sigarette ma è meglio così, vuole godersi in pieno
questo momento, non beve nemmeno il Martini: i due sorsi che ha in
corpo gli bastano. In lontananza pescherecci e barche a vela; nemmeno un
gabbiano. Non ha assolutamente niente da fare per le prossime tre ore e
si gode il sole sulle spalle.
Si
alza, raccoglie il maglione con la sinistra senza scrollarlo e si avvia
verso la cattedrale. Entra. E’ caldo dentro. Il tempo non scorre. Il
pavimento è sporco di sabbia bianca che scricchiola sotto i suoi piedi
amplificata dallo spazio vuoto. Da un ultimo sorso alla boccia che
poggia su un inginocchiatoio. Percorre lentamente le navate girando su
se stesso per impossessarsi meglio degli spazi. Pensa: tornerò con una
telecamera e un paio di amici per catturare l’anima del posto. “Oggi è
un buon giorno per morire”. No, meglio “la vita è breve, l’uomo è
cacciatore e saremo per troppo tempo morti”. Ecco, sì, e questa è la mia
“magnifica preda”, “credevi di cacciare, ma adesso la preda sei tu”. Se
è così mi arrendo: “il segno di una resa invincibile”. Il transetto.
Tripla giravolta lenta per godersi tutta la basilica -vedo tutto il
mondo da Foligno-. Il pulpito. Sale i gradini lentamente, uno alla volta
con gli occhi fissi sul gradino superiore per non rovinarsi l’impatto
di una visione d’insieme dalla vetta. 5.000 occhi di pietra che non
vedevano un uomo da decenni lo fissano, lo giudicano, lo temano: lui ha
il potere di annientarli con un semplice fischio. Non fischierà. Il vero
vincitore si conosce dalla magnanimità verso i vinti. Li rispetta. Si
sente orgoglioso di tanta importanza, felice ma anche un attimo indegno.
Fa niente. Se così vogliono loro starà al gioco, non farà nulla di
oltraggioso. Non è un finto ateo; non è costretto a bestemmiare da una
libertà dogmatica. E’ veramente libero e libertario. Riconosce e
apprezza il bello, se c’è, anche in un’opera del Ventennio.
Un’ombra
sulla porta. Passi ritmati di anfibi neri, decisi di chi non osserva,
decisi di chi è insicuro. Non si nasconde (ha gli occhi dalla sua). E’
notato. Gli anfibi si fermano, si atteggiano, proseguono, lo guardano
con aria di sfida. “E’ tua la duetto nera parcheggiata qui fuori?”
L’incantesimo è rotto. I 5.000 occhi non vedono più nessuno. “E’ mia”.
“Allora Tizio ti manda a dire se puoi andare adesso”. “andiamo. Stai a
piedi?” Ovviamente sta a piedi: non ha l’età per la patente, i soldi per
la moto, il look per il motorino. “Ti do uno strappo, prendi la
boccia.” “Martini, robba da froci.” - Sentenze, robba da stronzi -.
Fuori.
Il vento è cessato, il mare è calmo, la pace, poco a poco, lascia il
posto all’euforia. Infila il maglione, accende la macchina, “C’hai una
sigaretta?”. La radio sentenzia “Born to be wild” .
Amen.
Amen.
mercoledì 10 aprile 1991
Lo vidi sostare
Lo vidi sostare pensoso sul ponte
Di freddo sudore imperlata la fronte
Il corpo percorso da forte tremor
Lo sguardo fissato sull’acqua fetente
Il cuore pulsante maestoso e possente
Il viso in costante funereo biancor.
Ristetti a fissarlo indeciso e pensoso
Sentivo angosciarmi un dilemma gravoso
Dovevo tenerlo o lasciarlo andar giù?
Decisi “lo afferro e gli presto soccorso
Del gesto son certo, non temo rimorso
Non devo attardarmi, non ho tempo più”
Mi accosto, gli dico “perché vuoi gettarti?
Non sai quanto ancora ha la vita da darti?
Splendore di giorni, di notti virtù”
Mi guarda, mi dice “ma chi ti conosce
Tu giungi gridando parole di angosce
cos’hai da donarmi da porgermi tu?
“Io stavo fissando la ferma corrente
Il rivolo morto dell’acqua stagnante
Lo sguardo disperso nel flusso che fu
Ho perso il mio Rolex massiccio d’acciaio
E stavo sospeso pensando al mio guaio
Ma visto che t’offri, va’ a prenderlo tu”
Mi diede una spinta improvvisa e veemente
Mi fece volare nell’acqua fetente
E venni sommerso dal flusso che fu
Lo shock improvviso mi fece ansimare
Quell’acqua melmosa mi fece assaggiare
Da allora e per sempre rimasi quaggiù
Di freddo sudore imperlata la fronte
Il corpo percorso da forte tremor
Lo sguardo fissato sull’acqua fetente
Il cuore pulsante maestoso e possente
Il viso in costante funereo biancor.
Ristetti a fissarlo indeciso e pensoso
Sentivo angosciarmi un dilemma gravoso
Dovevo tenerlo o lasciarlo andar giù?
Decisi “lo afferro e gli presto soccorso
Del gesto son certo, non temo rimorso
Non devo attardarmi, non ho tempo più”
Mi accosto, gli dico “perché vuoi gettarti?
Non sai quanto ancora ha la vita da darti?
Splendore di giorni, di notti virtù”
Mi guarda, mi dice “ma chi ti conosce
Tu giungi gridando parole di angosce
cos’hai da donarmi da porgermi tu?
“Io stavo fissando la ferma corrente
Il rivolo morto dell’acqua stagnante
Lo sguardo disperso nel flusso che fu
Ho perso il mio Rolex massiccio d’acciaio
E stavo sospeso pensando al mio guaio
Ma visto che t’offri, va’ a prenderlo tu”
Mi diede una spinta improvvisa e veemente
Mi fece volare nell’acqua fetente
E venni sommerso dal flusso che fu
Lo shock improvviso mi fece ansimare
Quell’acqua melmosa mi fece assaggiare
Da allora e per sempre rimasi quaggiù
sabato 2 agosto 1986
BREVI CENNI SULLA VITA GIOVANILE IN L.A.
[ispirati dalla lettura del romanzo Meno di zero di Bret Easton Ellis]
Come siete carini
Voi LosAngelini
Coi capelli corti
E gli sguardi da morti
Coperti da occhiali
E sorrisi banali
Come siete carini
Voi LosAngelini
La faccia pulita
La moto cromata
La mamma laccata
La vita è finita
Come siete carini
Voi LasAngelini
T-shirt dell’Hard Rock
Fissati col look
Genitori mai visti
Odiate i surfisti
Come siete carini
Voi LosAngelini
Tirate la coca
Sprecate la vita
La gioia è assai poca
La noia infinita
Come siete carini
Voi LosAngelini
Chi c’ha la ragazza
Chi pure il ragazzo
Chi invece s’ammazza
Che vita del cazzo!
Come siete carini
Voi LosAngelini
Coi capelli corti
E gli sguardi da morti
Coperti da occhiali
E sorrisi banali
Come siete carini
Voi LosAngelini
La faccia pulita
La moto cromata
La mamma laccata
La vita è finita
Come siete carini
Voi LasAngelini
T-shirt dell’Hard Rock
Fissati col look
Genitori mai visti
Odiate i surfisti
Come siete carini
Voi LosAngelini
Tirate la coca
Sprecate la vita
La gioia è assai poca
La noia infinita
Come siete carini
Voi LosAngelini
Chi c’ha la ragazza
Chi pure il ragazzo
Chi invece s’ammazza
Che vita del cazzo!
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